ANTHOLOGICAL PHOTO EXHIBITION – At the “F.A.R.- Fabbrica Arte Rimini” Gallery – Italy


Mostra Antologica al FAR di Graziano Villa – Catalogo

ANTIOLOGICAL EXHIBITION of GRAZIANO VILLA – INTRODUCTION

“Photography is a passe-partout that allowed me to open countless doors on wonderful Worlds”.

Perhaps it will be my Ligurian origin, precisely Genoese, which pushes me to see my profession as a journey, understood as research.

A continuous search. Research as knowledge!

As Colombo, so to speak, I “navigated” through different sectors of my professional activity, circumnavigating far and wide, using my camera as an instrument, like a ship, to “land” in different “shores” of this our world to know him better. Continuing to paraphrase the seafaring jargon I can say that I started my profession sailing in the “stormy” sea of ​​reportage; to then cross the “turbulent” and fashion snob; after which I found refreshment and rest in the “still waters” of the still-life, finally approving the “reflective” of the Portrait. My existential formula is a right mix of all this, and therefore a wonderful life experience! Do you want some examples? Well, with the reportage I traveled through the African savannah, the South American jungle and the immense spaces of North America; in fashion I met some wonderful women; in the still-life I discovered wonderful objects, precious antiques, incredible furniture and people of particular cultural standing who work in this context. After making numerous portraits of important figures in the economic, political and cultural, or simple artisans, I can say I’m particularly enthusiastic. In this last phase of my artistic activity, where I realize “Architectural Portraits”, I have collected great results from the Art Critics, and professional and existential too. But my adventure is not over: my camera, my passe-partout, continues to open doors on wonderful worlds.

MOSTRA ANTOLOGICA di GRAZIANO VILLA – INTRODUZIONE

“ La Fotografia è un passe-partout che mi ha permesso di aprire innumerevoli porte su Mondi meravigliosi”.

Forse sarà la mia origine ligure, precisamente genovese, che mi spinge a vedere la mia professione come un viaggio, inteso come ricerca. 

Una continua ricerca.  Ricerca come conoscenza !  

Come Colombo, si fa per dire, ho “ navigato “ attraverso diversi settori della mia attività professionale,  circumnavigando in lungo e in largo, utilizzando la mia macchina fotografica come uno strumento, come una nave, per “approdare “ in diversi “ lidi “  di questo nostro Mondo per conoscerlo meglio. Continuando a parafrasare il gergo marinaresco posso dire di aver cominciato la mia professione navigando nel “ burrascoso “ mare del reportage; per poi attraversare quello “ turbolento “ e snob  della moda;  dopodiché ho trovato ristoro e riposo nelle “ calme acque “ dello still-life, per approdare infine a quello “ riflessivo “ del Ritratto. La mia formula esistenziale è un giusto miscuglio di tutto questo, e quindi un ‘ esperienza di vita meravigliosa !  Volete degli esempi ? Bene, con il reportage ho viaggiato attraverso la savana africana, la giungla sudamericana e gli immensi spazi del nord America; nella moda ho conosciuto delle donne stupende; nello still-life ho scoperto oggetti meravigliosi, antichità preziose, arredi incredibili e persone di particolare levatura culturale che lavorano in questo contesto. Dopo aver realizzato numerosi ritratti di personaggi importanti nell‘ambito economico, politico e culturale, o di semplici artigiani, posso dire di essere particolarmente entusiasta. In questa ultima fase della mia attività artistica, dove realizzo “Ritratti d’Architetture”, ho raccolto grandi risultati dalla critica, professionali ed esistenziali. Ma la mia avventura non è finita : la mia macchina fotografica, il mio passe-partout, continua ad aprirmi porte su Mondi Meravigliosi.

 

GRAZIANO VILLA, LO SPAZIO MENTALE, IL GIOCO, L’IRONIA

di Gianfranco Angelucci

Mirare, inquadrare, scattare, fermare il flusso del tempo in una sola immagine.

Fotografare. Un’azione che oggi viene ripetuta in tutto il mondo miliardi di volte al minuto, forse al secondo, dai possessori di smartphone, con un semplice clic virtuale che riproduce fedelmente persino il tipico schiocco dell’apertura e della chiusura dell’otturatore nelle vecchie fotocamere analogiche, a pellicola. Un’epoca scomparsa, passata in archivio con la rapidità di un battito di ciglia. Cosa sia oggi la fotografia è arduo da definire, dal momento che a dominare su ogni altro genere di ripresa sono le immagini speculari dei selfie in cui ciascuno tende a ritrarre e ammirare incessantemente se stesso; simile in tutto a Narciso che tanto si adora scorgendo il riflesso del proprio volto sulla sua superficie tersa dello stagno. Il mito ci insegna che amarsi troppo è pericoloso, e che se continuiamo a porre noi stessi al centro del creato, se continuiamo a tendere la mano per afferrare quel nostro sembiante sfuggente, rischiamo di perdere l’equilibrio, si sbilanciarci e cadere dall’altra parte dello specchio d’acqua. Come Narciso che miseramente vi affoga.

Il reverse angle del nostro telefonino è una funzione istantanea che appaga in pieno il nostro Ego, ponendoci al centro dell’universo mentre tutti gli altri corpi celesti o terreni ci girano intorno. Un’antirivoluzione copernicana, a pensarci bene, una visione ego-centrica della sfera celeste. L’immagine imprigionata fino a ieri nei sali del nitrato d’argento, nella gelatina fotosensibile delle pellicole, ora è affidata a un sofisticato calcolo numerico – digit – a un suo equivalente digitale; il cui risultato è possibile manipolare e ri/definire a piacimento in post produzione tramite altri stupefacenti e invisibili interventi matematici che simulano ogni effetto della luce: intensità, contrasto, colore, incidenza, definizione. L’immagine che fino a ieri affiorava per gradi dai tempi di posa e dai bagni nell’acido, ora ci appare all’istante sullo schermo minuscolo del telefono portatile o su quello più ampio dell’iPAD, grande quanto una lastra media da banco ottico.

La precedente tecnologia scompare. L’innocente alchimia della Polaroid fa pensare alle pietre piatte scolpite con la scrittura cuneiforme dagli Assiro Babilonesi, oppure ai geroglifici di Luxor o di Assuan. L’immagine di Anubis, il cane sacro ripreso di profilo, sarà un selfie oppure un ritratto posato concepito dal gran sacerdote e preteso dal Faraone? La traduzione dei valori chimici in astruse cifre numeriche ha persino escluso l’ultimo – o il primo – degli elementi incorporei, è cioè l’intercapedine dell’aria, attraverso la cui trasparenza l’immagine si formava. Quell’aria oggi non c’è più, l’immagine nasce già sotto vuoto, e si vede. Non capita anche a voi di stupirvi? A una stregoneria di tale sfrontatezza non avremmo creduto neppure se fossero venuti a raccontarcelo di persona la Fata Morgana e il Mago Merlino a braccetto!

Ma la tecnologia esiste, la tecnologia ci affranca dalla goffaggine ereditata dai primati a cui apparteniamo per discendenza genetica; e, solo per restare al nostro argomento, ci promuove anche, sul campo: siamo tutti fotografi! Todos caballeros! Non è più necessario conoscere gli obiettivi, gli angoli di visuale e le profondità che essi ci consentono; oppure a quanta luce le lenti permettono di entrare nella camera oscura, a quale velocità ciò debba avvenire per ottenere il risultato previsto, o quantomeno auspicato. Basta mettere a fuoco – ma se ci dimentichiamo rimedia la macchina da sola, con un allineamento automatico – inquadrare e scattare. L’esito è immediato e nella maggior parte dei casi soddisfacente. Quando non lo è, basta un clic a gettarla via nel bidone – iconico – degli scarti e ricominciare. Si va per tentativi, pressoché infiniti: qualcosa verrà fuori. Il rapporto personale, di colpo d’occhio, di gusto, di cultura, di armonia nei confronti del soggetto inquadrato è secondario, marginale, spesso irrilevante. Gli archivi di iCloud o di altri consimili sterminati depositi digitali, contengono miliardi di immagini che non interesseranno mai a nessuno; nessun ricercatore disporrebbe mai della quantità di tempo necessario per mettervi le mani. Tuttavia sono immagini che ci consegnano a una eternità virtuale, forse già profeticamente intuita da Adolfo Bioy Casares nel racconto L’invenzione di Morel, in perfetto stile Jorge Luis Borges. Sarà quella la nostra sopravvivenza a questa vita? Dovremmo augurarcelo?

Se domani arrivasse un’ App che ci permettesse di dipingere come Michelangelo o Van Gogh, riempiremmo il mondo di altri Giudizi Universali e vasi di Girasoli? E un’App che ci consentisse di scrivere come Tolstoj o Dante Alighieri, partorirebbe nuovi Guerra e Pace e Divine Commedie? E qualcuno potrebbe davvero vagheggiare di comporre musica all’altezza di Mozart e Beethoven? A quali proporzioni sarebbe ricondotta la nostra creatività? A una interminabile replica ingegnosa e inerte di un’eccellenza che non ci compete? Perfino il famoso scimpanzé Congo che dipingeva soggetti astratti con pennelli e colori, diventerebbe al confronto un’artista di meravigliosa originalità! Lo scienziato Desmond Morris aveva ragione! Al punto che lo stesso Mirò volle barattare un suo disegno per mettersi in salotto un quadro di Congo! Noi quali fotografie metteremo in salotto? Le fotografie di Graziano Villa certamente avrebbero un loro posto d’onore. Ed è proprio a questo che volevo arrivare, alla mostra riminese nelle prestigiose sale del Palazzo Podestà a Rimini, che l’autore, da vero maestro, ha voluto trasformare anche in un palcoscenico per i suoi allievi della scuola di fotografia.

Dietro la sua figura monumentale, artistica ma anche fisica, palpita un cuore da fratello maggiore; di chi crede che l’arte non sia altro che un passaggio di testimone. Il più angelico degli umani privilegi.

Dopo la Mostra “Roma Caput Mundi”, e quella dedicata a “La Grandeur di Parigi” – i cui estrosi cataloghi ho qui accanto a me – adesso si inaugura a Rimini una sua “personale”; e non sarà stato facile ricavare una selezione esauriente da tutta la produzione che Graziano Villa ha alle spalle: di ritrattista, creativo di pubblicità, cacciatore inesausto di paesaggi, di scorci urbani, di strutture architettoniche, di dimore esotiche, di skyline metropolitani, di monumenti, e poi di personaggi celebri della finanza, dell’economia, della politica, dell’imprenditoria, di divi e modelle, di star del design, del gioiello, della moda e del Made in Italy.

Se i critici accreditati tendono a mettere in risalto oggi la sua inclinazione alla geometria, alla reinvenzione delle linee spaziali – e lo trovo legittimo, è una delle prime caratteristiche che accendono la curiosità dell’osservatore – a me sembra di percepire, dirò uno sproposito, che la fotografia gli sia diventata alquanto stretta: Graziano ne utilizza la tecnica, che con la sua perizia sa rendere duttile come cera, ma allo scopo di trasfigurarla in altri linguaggi, in altre espressioni ed emozioni. Forse è ormai per lui lontana, non nel tempo ma nella coscienza, l’esaltante stagione milanese in cui la fotografia era anche la radiografia di un’epoca scintillante, lanciata verso un ottimismo radioso e imperituro, verrebbe da dire cromosomico nell’italiano del boom economico, della Milano da bere, della corsa senza complessi verso una nobile collocazione in Europa e perché no, nel Mondo. Riguardando con attenzione i suoi ritratti, il gioco che sempre vi è sotteso per evitare che essi rispondano passivamente a un vezzo esibizionistico, di autocompiacimento, ma al contrario ogni volto, ogni sembiante, si illumini innanzitutto di umana autenticità, mi rendo conto come, già nei decenni scorsi, l’autore covasse la ‘ribellione’ figurativa che passo dopo passo è venuta configurandosi con sempre maggiore urgenza ed esigenza. Nella sua fotografia è celato un gusto grafico che insorge e infine predomina, producendo ‘quadri’ che non sono né naturalistici, ovviamente, a imitazione della natura, né tantomeno impressionistici, bensì simbolici con una forte componente espressionista. Il ‘materiale’ fotografico è pur sempre all’origine dell’ispirazione, ma nello stesso tempo si impone con una dimensione diversa.

La luce viene scansionata, dissezionata, scomposta e ricomposta in linee, a volte con suggestioni – come viene sottolineato anche nei titoli – “metafisiche”.

Penso alle immagini molteplici de La Concorde Métaphysique a Parigi; all’Arbre Magique della Tour Eiffel, a Le Pouvoir de La Tour n. 1, alla Piramide del Museo del Louvre. Penso a Via della Conciliazione e alla Basilica di San Pietro, a Roma, o allaFontana di Trevi, o agli archi e ai laterizi del plurimillenario Acquedotto Appio.

Graziano Villa non rilegge per noi gli oggetti della sua fotografia, non li interpreta, non li ripropone, semplicemente li ‘guarda’ con un altro occhio; li avvolge di luce come Christo, il celebre land artist, li impacchetta in teli di plastica e tiranti elastici. L’autore cancella con i suoi interventi la loro patina di assuefazione, la vieta consuetudine, la vuota retorica delle cartoline, la tediosa magniloquenza degli eruditi; rimuove la polvere dagli occhi “stanchi di non guardare” e li costringe a una diversa messa a fuoco, a una salutare riscoperta attraverso invisibili lenti maliziose. Ci porge allegramente un paio di occhiali deformanti che possiedono una prerogativa particolarmente rara, il sorriso sfuggente dell’ironia: un atteggiamento celatamente ludico, una voglia persistente di stupirsi per primo, con umiltà, di fronte al proprio pubblico che, bisogna dirlo, si incanta volentieri ai trucchi dell’illusionista. Vogliamo dire che le sue fotografie sono già anche delle ‘istallazioni’? Che il prossimo passo verso la scoperta dell’ignoto, intrinseco e inevitabile per ogni vero artista, sarà forse in quella direzione? Noi azzardiamo, ma senza alcun imbarazzo di essere smentiti, perché la sua imprevedibilità è quasi altrettanto accattivante delle sue invenzioni.

Graziano ci sorprenderà ancora, come ha sempre fatto e gli auguriamo di continuare a fare, felice del proprio talento.

 

La Fotografia è Arte se riesce a vedere l’anima del soggetto?

di Giorgio Cavaciuti.

Un pomeriggio del 1978 suona il campanello del mio studio di Milano e una voce risuona cavernosa nel citofono: sono Graziano Villa…alla porta trovo un ragazzone dall’aria “fricchettona“ come si diceva allora; dopo una breve presentazione ha esordito così: “sono un fotografo, ho attrezzatura e portafoglio clienti, ma non ho uno studio, tu hai uno studio stupendo e vuoto se vuoi facciamo società” in pochi minuti ci siamo guardati negli occhi, stretti la mano e fatto il nostro sodalizio. Il giorno seguente abbiamo iniziato a lavorare insieme senza formalizzare giuridicamente la nostra società è stato un successo e l’inizio di una grande amicizia. Questa breve premessa mi serve per sottolineare la personalità di Graziano Villa e quanta acqua sia passata sotto il ponte della nostra amicizia; Graziano è certamente una persona empatica capace di dialogare si con le parole e lo spirito, ma sopra tutto con la macchina fotografica. Il suo primo approccio, “sono un fotografo”, mi è sempre rimasto nella mente perché è vero. Graziano “è un fotografo” e lo è a 360°, guarda, pensa, respira e comunica con la macchina fotografica, non c’è stato un istante della sua vita che fosse stato diverso, ma il cammino è stato lungo e una metamorfosi era quasi inevitabile.

Si parla spesso di “Arte della Fotografia” o “Fotografia d’Arte” come una cosa quasi scontata, ma non penso sia così ovvia; la fotografia ha due facce: la componente artigiana e quella artistica e non sempre l’una convive con l’altra.

La differenza tra artigianato ed arte sta nel processo formativo: un artigiano apprende il suo lavoro con una scuola o apprendistato e quando è formato realizza una fotografia che ha come scopo quello di compiacere il cliente/committente/pagante. L’artista non impara solamente, non va a scuola, l’artista è tale perché non usa solo il raziocinio della tecnica, ma carica il suo lavoro con quell’emozione irrazionale, di “pancia” e come tale non ha l’obiettivo di essere compiacente, non deve render conto a nessun cliente; l’artista è uno spirito libero che in primis lavora per se stesso rincorrendo la propria gratificazione.

Questa è la metamorfosi avvenuta in Graziano, è partito come artigiano fotografo e quasi suo malgrado è diventato artista.

Il suo primo passo in questa metamorfosi è stato certamente il suo lavoro al teatro Manzoni di Milano con Lindsay Kemp in “Flowers”nel 1982 che è proseguito al Teatro Nazionale con lo spettacolo di “Salomé”, dramma di Oscar Wilde. Graziano fu letteralmente rapito sia dal personaggio che dalle luci e dalla coreografia. Andammo allo spettacolo diverse sere e lui cercava sempre qualcosa di non visto nelle serate precedenti da fotografre. Tutti gli scatti sono realizzati a luce ambiente, sfruttando a fondo ciò che il coreografo aveva studiato e il tecnico delle luci realizzato. Graziano, con la tecnica dell’ “open shutter”, realizzò una serie di diapositive straordinarie che, riviste oggi, non mostrano certamente i circa 40 anni trascorsi. Posso dire che in queste fotografie c’è davvero l’anima di Graziano, che si mutua perfettamente con la magistrale interpretazione di Lindsay Kemp. In teatro, spesso per definire un attore che sul palcoscenico è infaticabile, che vive mangiandone la polvere, e si nutre degli applausi del pubblico, si dice: è un animale da palcoscenico. Bene, mi piace pensare a Graziano come un “animale della fotografia”, capace di condire ogni istante della vita con uno scatto, a prescindere che si realizzi o meno, e se devo pensare ad un suo ipotetico ritratto, lo immagino con il lato destro del viso composto da una vecchia Leica a telemetro e uno straordinario obiettivo Elmar.

Altre tappe importanti del suo percorso artistico sono state: l’Admiral’s Cup del 1975, dove è riuscito a far sentire e non solo vedere, la forza del mare, la forza degli equipaggi e il rumore del vento che gonfia gli spinnaker; nell’esperienza in Lapponia nel 2001, è riuscito a catturare la suggestione della luce del polo, dove il giorno e la notte si alternano quasi senza differenza e l’aurora boreale sembra essere la vera anima che si muove libera; poi i Caftani in Marocco, le terre e le cantine dello Champagne, il dinamismo quasi futurista degli aeroporti, fino ad arrivare a trovare la sua massima espressione creativa nelle fotografie di Roma e Parigi.

Per la prima volta, in questi “Ritratti d’Architetture”, si è liberato dell’immagine stereotipata per entrare nel mondo rivisitato della Pop-Art ed ecco allora che tutto cambia, le elaborazioni fanno parlare la sua anima, le classiche vedute assumono un ruolo diverso, una realtà “altra” strizzando l’occhio, seppur inconsapevolmente, alla Metafisica.

Questo è il Graziano Villa che io conosco…

 

Luce instabile, tempo che sfugge

di Luca Cesari

Ora che Lindsay Kemp è volato via lasciando a noi le sue eleganti e parventi tuniche, non posso non accomunare a esse alcune tra le più belle impressioni fotografiche che con rapido corpo di falena, l’artista, ha lasciato catturare nella meravigliosa notte del teatro in cui è trascorso. Quelle di Graziano Villa: dal mio punto di vista, tra i più toccanti ritratti di un uomo farfalla, di un uomo uccello, di una plasticità poetica favolosa e instabile. Cos’è la fotografia se non percepire la luce instabile nella temporalità che sfugge? Questa la battaglia tuttora persa dall’Impressionismo con la fotografia, nella misura in cui il grande movimento supponeva di catturare alla velocità di un’impressione al netto, il tempo più aleatorio impresso sulla retina. Ma la pittura è l’arte di lasciar sostare la retina sulla superficie. Al contrario l’occhio doveva inventare un apparecchio immaginario sur le motif del tempo che sfugge e incarna l’imprendibilità, muovendosi un po’ alla giornata. In realtà il visibile è solo introiettivo e la verità si nasconde a sé stessa, la naturalezza è timida.

Ora è un tale mantenersi in bilico tra l’imprendibile e il muoversi alla giornata che delinea il nucleo essenziale del grande viaggio visivo di Graziano Villa, nella sua lunga professione.

Fotografare le ali fuggenti di Lindsay Kemp, sia pure studiando il ritmo dello scatto; cogliere un’ora di luce sulla vetta del Kilimanjaro (come un impressionista, è il caso di dire, con le sue “macchie”) e, dall’altro, muoversi alla giornata nel mondo, tra i grattacieli di Kuala Lampur e di Chicago o sull’enorme toboga arcaico della Muraglia Cinese adoperando le due gambe o a cavallo della Harley Davinson. Così il ritratto che ferma e stacca, agisce solo sull’oggetto, sul gioiello di Bulgari, non invece sul corpo o sul volto umano che può esser colto unicamente in contro tempo e al volo. Un’incontrollabilità sorvegliata insomma, che pone il fotografo non di fronte all’oggetto ma di fronte a sé stesso. Un catturare farfalle al volo al di là della rinascimentale “eternità d’istante” di un Cartier-Bresson. Ma non c’è foto senza eternità e non c’è impressione senza istante. Qui s’incontrano le due vocazioni di Villa intorno alle quali mi è capitato di parlare in altra occasione: quella del deambulare e quella dello stare. L’eternità è negli attimi sparsi di un essere che si muove alla giornata. In tal modo si somma anche il rapporto di Graziano con la fotografia. I ritratti ‘dervisci’ dei Momix e di Annie Leibowitz da un lato, che trapassano come da una dimensione all’altra, da un doppio all’altro, e le nubi del Kenya che trascorrono sopra una giornata di New York. O sono la stessa fotografia? 

                                                                                                       

DUNAMIS : il Segno di Graziano Villa

di Rosita Copioli

Se ci chiediamo quale sia il segno, palese o nascosto, che contraddistingue e unifica l’opera di Graziano Villa, osserviamo dovunque un’impressione di potenza. Nella infinita varietà del suo lavoro, non indulge mai a quell’abbandono diafano, quel languore che contraddistingue tanta fotografia di moda o di ritratti o di paesaggio contemporanei.

Come ama ricordare, affermando la propria origine di genovese che conserva lo spirito avventuroso di Colombo, Villa ha voluto navigare mettendosi a scuola dalla vita, con scelte precoci e coraggiose, reinventando di continuo ambito di ricerca e stile. Mi dice che al pari di altri coetanei era stato stregato da Blow up, e che già a ventisei anni avrebbe lasciato tutto per non essere schiavo dei datori di lavoro, quando, per un singolare incontro, poté ricominciare con lo still lifeun’attività che è diventata multiforme, svolta in settori diversissimi, ciascuno dei quali richiederebbe competenza specialistica, e dove ha comunque attinto l’eccellenza. Lo dimostrano le foto di moda, i ritratti, le “nature morte”, le rappresentazioni di oggetti, i paesaggi, gli interni ed esterni di architettura (penso ai memorabili servizi di «AD»), ireportagesdi viaggio in tutte le parti del mondo abitate o deserte, arcaiche o modernissime. Non esiste scatto che non riveli un robusto impianto formale, un senso geometrico, una necessità di costruzione che accompagnano e dominano la materia vivente, la sostanza che appartiene al momento, e che va inquadrata. Eppure il robusto impianto formale, il senso geometrico, la necessità di costruzione non bloccano la vita, non la spengono, non la riducono, e tantomeno suggeriscono quell’idea di patinato che faceva torcere il naso agli estetologi di qualche anno fa. L’impressione che il tumulto della vita continui a scorrere, si prova dovunque. Anche nella più statica delle immagini. È ciò, credo, che fa percepire il senso di forza, di potenza.

Ma qual è il segreto di questa potenza, o di questa vita? So che risiede nel dialogo tra luce e ombra, nella capacità di estrarre da ciascuna la rispettiva forza. Ma fino a che punto si è consapevoli che dall’ombra nasce la luce?Ciò è evidente per i pittori. La pittura esalta le ombre. Scrive Leonardo: «l’ombra è di maggior potenzia che il lume, imperocché quella proibisce e priva interamente i corpi della luce, e la luce non può mai cacciare in tutto l’ombra da’ corpi». È una legge ottica, che si applica ugualmente nell’immaginazione. Il nostro pensiero ne dipende.Questa esclusione della vista che riguarda l’ombra, tocca anche la realtà (e il concetto) del limite. Ad esempio, se Leonardo potenzia l’idea dell’infinito mostrandoci il cielo visto da una siepe o due rocce, anche Leopardi lo fa: scrive dell’infinito a partire dalla siepe, dal limite, da «una finestra, una porta, una casa passatoia».

La foto, come ogni altra opera d’arte, è viva, se riesce a trattenere la luce-ombra in tensione, senza cedere a quella diafanità che coincide non con la trasparenza, ma con l’inconsistenza. O all’opposto con il volgare iscurimento che camuffa la mancanza di spessore. Del resto, nemmeno i maestri fondatori della fotografia, soprattutto nel ritratto – non dico il maschio Nadar, ma nemmeno la sublime Cameron o il singolarissimo reverendo Dodgson usavano la luce per distruggerla: piuttosto ne estraevano il racconto con l’ombra. Amavano l’antica lotta tra impero della luce e dominio delle tenebre, la bellezza della vita fragile, nel breve momento in cui appare e si trasforma. E basterà solo un cenno al fatto che, come è stato ricordato a giusto proposito, Fellini pensava ai film come pitture create dalla luce, «il sale allucinatorio che bruciando sprigiona le visioni».

Ogni immagine di Graziano Villa testimonia una forza vitale, una padronanza della tensione tra luce e ombra, qualcosa di prepotentemente selvaggio e “naturale” al di sotto (o al di sopra) di ogni sofisticata inquadratura: non importa che si tratti di una scena non modificabile, che il suo occhio ha afferrato come unica – quellavisione dell’attimo e nessun’altra tra le infinite possibili -; oppure che essa sia una costruzione elaborata con sapienza di artista artigiano, al modo in cui il pittore antico dispone i modelli, la stanza con le figure e gli oggetti da ritrarre, e lo scenografo prepara gli ambienti per gli attori sul palco del teatro o nel set del cinema.

Non ingannino la grazia dei soggetti di alcuni ritratti – Marella Agnelli-cigno -; la dolcezza di tocco nel cogliere lo sguardo non sereno di Philip Stark davanti ai suoi Little Phantoms, l’approccio caloroso del Dalai Lama; il gioco nel riprodurre simpateticamente Desmond Morris; l’omaggio alla leggerezza del salto per la Leibovitz che oltrepassa se stessa, per il turbine sufi dei Momix; l’assecondare le moltiplicate metamorfosi di Lindsay Kemp, le danze del fuoco, i pesci, gli animali in movimento; non ingannino alcune sofisticate imitazioni stilistiche: scultura, cesello, profilo di Paolo Bulgari, la calcarea refrattarietà di Cascella e del suo feticcio sessuale.

All’interno di quella restituzione di vita, quella spoglia del vivente catturata da un cacciatore incruento, c’è buona parte dell’azione dinamica dell’artista. Il paziente studio di messa in posa non cancella nulla della realtà che precede, ed esalta l’impronta intensa dell’autore. Esiste una dimensione di studio, di riflessione, che ha origine nella contemplazione: questa precede l’azione, e la rende possibile. Dando la parola alla natura, Plotino le fa dire che essa genera attraverso la contemplazione: «così come i geometri contemplando disegnano; ma io non disegno, bensì contemplo, e le linee dei corpi si manifestano come uscendo da me». La contemplazione che precede l’azione – ossia, nel caso di questo lavoro, lo scatto fotografico e la successiva elaborazione – contiene tanto della dinamica, che la conserva e riproduce, se è stata ben condotta. Fissiamo la foto del Borsalino sul portacappelli, il guanto e il bastone posati sotto. Non sembrano pronti per essere afferrati e indossati, per muoversi con l’uomo che li porterà? Hanno la staticità di un felino pronto a saltare, nell’istante prima del balzo. L’immagine non è statica, ma dinamica. E per dinamica intendo la proprietà del movimento, il suo potere, la sua possibilità in potenza, ma anche la forza propulsiva ed esplosiva:dunamis.

Dunamisè visibile o latente anche nelle immagini più legate alla pubblicità, dove il linguaggio dei segni deve essere concentratissimo. Consideriamo il bracciale di Gucci. Posato centralmente su pelle di coccodrillo – l’animale crudele e costoso che trasmette la sua coriacea invincibilità – pare dire: «sono oro, ricchezza, lusso, potenza, bellezza, voluttà. Se mi indossi sono tuoi». Invece l’orologio di Bulgari non ostenta. In spirale serpentina, non orizzontale ma di sbieco, su nitido fondo bianco, afferma il dominio su un tempo che non ha bisogno di prove di forza, di esibizione. Al di sopra di tutti, semplicemente: è. E tralasciamo, approntate per le stesse funzioni, le allettanti scene serotoninergiche di interni eleganti, sobri o inusuali, domestici ed esotici, arredamenti d’antiquariato e attuali, tavole imbandite, frutta, bicchieri cristallini e colorati, fiori, acque, giardini allestiti con linguaggio non dissimile, ricco di citazioni d’opere d’arte in cromie raffinate, tali da creare meraviglia e ammirazione, anche perché spesso fanno parte di progetti che uniscono – come sostiene Ettore Mochetti – la testimonianza di cultura, arte, storia, prima ancora che valore economico. DappertuttoDunamissollecita, scuote, attrae.

Ma basterebbe lasciarsi andare al piacere delle avventure riflesse in questo caleidoscopico atlante che Villa ha composto in tanti anni, lasciarsi pervadere dalle sensazioni, dalle fantasticherie, seguire la curiosità, il divertimento, la pura gioia dei colori, come se queste immagini sostituissero per noi la realtà: ciò che ci accade quando veniamo presi dalla lettura di un libro che non possiamo abbandonare fino all’ultima pagina. Non ci si stanca mai di guardare e guardare, sfogliando volti, paesaggi, nuvole, animali, scorrendo per mille luoghi che qualcun altro ha visitato per noi. Continua a invitarci ora nel magnifico Ontario, ora nelle sontuose Maldive: ed eccoci nel fantastico Marocco, sull’isola Lofoten tra le casette nordiche, intorno alla magia del cibo apparecchiato sulla neve in Svezia, tra le chiese case erbose campestri, i paesaggi da pittura romantica dell’Ottocento, in un carnevale a Venezia datato 1983 capace di scorci mirabili, nell’arido Taklamakan dove ha reso immortale un cammello della Battriana con il suo contadino: quel muso incredibile, così impositivo. Nessun Quark ci ha mostrato gli animali come fa Villa, con sguardi simili al nostro. Ci incantiamo a osservare non solo i bellissimi ed eleganti leopardi, le gazzelle, gli aironi, i camaleonti, le scagliose iguane delle Galapagos – ma le impressionanti moli degli elefanti, dei bufali, dei rinoceronti in ripresa ravvicinata: quelle teste gigantesche e nerastre come pietra lavica; le pietre-tartarughe; e infine, soprattutto i leoni, che guardano con espressioni da fine del mondo: saggi, stanchi, regali, decaduti e commoventi come il leone «con la barba bianca» di Tonino Guerra. Non posso non pensare che su queste immagini grandiose di animali è stato posato il medesimo occhio dell’orafo scita che forgiò i grifoni, gli stambecchi e le gazzelle rincorsi dai leoni, dello scultore iranico che modellò i tori alati di Persepoli, dalla «prodigiosa potenza plastica».

Tra le sequenze virtuosistiche tre interessano più esplicitamente la pittura, nel senso che le foto sono trattate con la tecnica dei dipinti: uno spettacolare tributo a Georgia O’Keeffe attraverso i fiori; un racconto per immagini, alquanto suggestivo, dell’orto di Antonio Saliola a Petrella Guidi in intreccio con le tele dell’amico; l’impressionistica raffigurazione della faggeta di Canfaito a S. Severino Marche, già di per sé un incanto, che diventa una magia materica. Queste prove di scomposizione della materia, della trasformazione o estrazione delle forme, la cui geometria non conosce limiti di possibilità, è sempre stata inseguita dall’arte. L’architettura non ha potuto tentarle all’infinito per le leggi della gravità, o per i canoni della misura. Tuttavia da alcuni anni Villa è attratto proprio dalla sfida a questi limiti attraverso l’architettura antica e moderna, in luoghi come la Puglia e in città esemplari quali Milano, Parigi, Roma. A queste ultime ha dedicato due mostre: Le grandeur di Parigie Roma caput mundi.

Se Bertrand Marret loda il merito di liberare uno spazio geometrico per trasformarlo in estetica, scegliendo spesso «un angolo visivo inedito e … un’elaborazione cromatica del tutto personale»; se Francesca Fabbri Fellini annota elaborazione pittorica e simbolismo, «un’esasperazione dell’angolazione del suo punto di ripresa» con cui i monumenti vengono alla luce nella loro anima metafisica, immateriale, Luca Cesari scrive di prototipi, «smaterializzati monumenti», di forme liberate, dell’Urphänomenoltre al quale non c’è nulla che li oltrepassa: «al grado estremo del reale, cioè del fantastico», ottenuto come da una “spellatura”. L’autore invece parla del ritorno al disegno originario degli autori. Di certo le diverse tecniche di lavorazione producono effetti unificabili soltanto dal progetto e dalla scoperta di diverse realtà percepibili, oltre al classico rovesciamento di negativo e positivo, o alle ombre fantasma nelle lastre delle radiografie, prodotti entrambi del mezzo fotografico. In alcuni casi è quasi soltanto l’alterazione del colore a determinare lo straniamento: si veda l’Arco di trionfo con le macchine, secondo il desiderio espresso da Baudelaire che intravede le ombre a colori degli impressionisti: «Je voudrais des prairies teintes en rouge et des arbres peints en bleu». Oppure il colore si impossessa della struttura: diventa strepitoso intreccio del vertiginoso tessuto scozzese rosso blu bianco francesi della Tour Eiffel; o ancora differenzia i piani davanti al Louvre; distingue blocchi e sfondi, per la statua di Rodin, o le parti architettoniche, per la tomba di Napoleone agli Invalides: un verde acquamarina spiazzante rispetto al rosso della quarzite avventurina di Carelia. Ma altrove al colore è delegato solo un particolare: un lampione ottocentesco isolato, la torre Eiffel blu in lontananza. Quanto alla geometria, se ci sono possibilità di reticoli geometrici o di giochi quasi di congegni meccanici scomposti, allora questi possono rivelare tutto il loro autonomo fascino, che mai avrebbero mostrato; mentre le superfici lisce – la piramide, o un semplice muro – acquistano un’inedita imposività.

Nel caso di Roma, a parte la Piramide di Caio Cestio, il parallelepipedo dell’Eur, e a tratti qualche muro antico dalle arcate essenziali, nessuna superficie uniforme si presta agli angoli sbiechi delle campiture ininterrotte. Dalle mosse cavità e rotondità del Colosseo e Castel Sant’Angelo, il Rinascimento, il Barocco, San Pietro, le statue, gli obelischi, le fontane, le piazze impongono colorazioni a campi, o più o meno leggere linee luminose che seguano i rilievi e le forme in un ricalco preziosissimo. Risorgono i meravigliosi lineamenti dei corpi, dei volti di pietra, di marmo e di cotto dei grandiosi edifici, alternandosi a versioni per intero in negativo colorato. Una leggerissima città di luce rinasce dal buio o alle atmosfere di un sogno. È la fioritura notturna e senza tempo di questa riconversione della fotografia in arte grafica, che con un orientamento opposto a quello dei Piranesi fa riaffiorare in filigrana silhouettes, profili, sottili calligrafie. I finissimi tratti non sono i neon o le luminarie di una festa impossibile, ma fili di desideri e sfide perenni. Dove i Piranesi accumulavano nero su nero la potenza immane delle rovine dominate dal Tempo e dalla Gravità, Villa scrive un percorso di luce invisibile al frettoloso, inavvertito quotidiano, l’alternativa di una grazia “dinamica” ancora possibile.

Graziano Villa: Artifex della Fotografia

di Francesca Fabbri Fellini

Quando abbiamo pensato a questa mostra antologica, (una selezione di fotografie significative, raccolte come un’antologia scolastica), ho ragionato sulla concreata opportunità di sfogliare insieme ai visitatori l’album fotografico della carriera di GrazianoVilla.

Ripercorrendo la storia negli snodi fondamentali della sua evoluzione, mi è sembrato che il titolo si imponesse per forza propria: E_motions.

Partendo dalla consapevolezza che la fotografia è la letteratura di questo Millennio, vigarantiscoche non è stato facile selezionare gli scatti dalla library d’immagini, di un’artista che ha 67 primavere e che ha fatto il suo primo scatto a 10anni.

Un’ ardua ‘operazione Amarcord’.

La mostra, a mio parere, deve poter raccontare un ‘Artifex della Fotografia’ che ha pensato tutta la vita per immagini ed ha imparato ad ascoltare le sue foto. 

Per descrivere il lavoro di Graziano che ruota intorno alla ‘cattura dell’attimo‘ sento di dover partire da queste parole di una leggenda, Henry Cartier Bresson: La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità. Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (da Henri Cartier-Bresson, Contrasto, 2004)

L’Occhio del secolo‘ era l’appellativo con il quale avevano etichettato il grande artista francese, uno dei fotografi che ha più influenzato la fotografia del ventesimo secolo. Sulla sua opera abbiamo più volte parlato con Graziano. Un giorno Cartier-Bresson a Rimini si fece fotografare da sua moglie al mare, davanti alla nostra macchina fotografica EXTRA LARGE: la Fellinia.

Sarà un segno? Anche io ho fatto uno scatto così a Graziano, ma non sapevamo della foto riminese del celebre fotografo!

All’Università di Bologna, per l’esame di Comunicazione di Massa con il prof. Roberto Grandi, ho studiato un sociologo visionario canadese, Marshall Mac Luhan, che negli anni sessanta immaginò Internet e le sue conseguenze. Nel’62, scrisse ‘La Galassia Gutemberg’, dove indicò quattro distinte epoche in cui si poteva suddividere la storia umana: l’età acustica, l’età letteraria, l’età della stampa, e l’era elettronica. Quest’ultima era ancora agli albori, ma la descrisse come un luogo che chiamò “villaggio globale”, dove le informazioni sarebbero divenute accessibili per tutti, attraverso la tecnologia.

Nel 1967 Mac Luhan scriveva: .”C’è un principio base che distingue un medium“caldo” come la radio o il cinema, da un medium“freddo” come il telefono o la TV. È caldo il mediumche estende un unico senso fino ad un’“alta definizione”: fino allo stato, cioè, in cui si è abbondantemente colmi di dati. Dal punto di vista visivo, una fotografia è un fattore di “alta definizione”, mentre un cartoon comporta una “bassa definizione”, in quanto contiene una quantità limitata di informazioni visive”…….. Per McLuhan l’Uomo del Novecento vede fotograficamente.

Nel nostro tempocongli smartphone abbiamo tutti la possibilità di fotografare qualsiasi cosa. Spesso un panorama, un cibo, vengono prima di tutto visti dall’ottica di un cellulare, con il pensiero a come renderanno sui social. Classifichiamo istantanee con una frequenza smisurata, rispetto alla nostra voglia di ricordare.

E’ venuto meno lo sguardo, l’osservazione.

La nostra è una società da overdose di immagini dove la fotografia è la realtà e noi esistiamo perché veniamo immortalati in un selfie. Sentiamo il bisogno di conservare il nostro passato, in quanto le nostre immagini ci danno la conferma della nostra esistenza, del nostro esserci. La citazione profetica del ’68 dell’artista figurativo e fotografo Andy Warhol, padre della Pop Art, sembra essere divenuta ai giorni nostri, grazie ai social network, quasi un imperativo: In the future, everyone will be world famous for 15 minutes“.

Vi posso suggerire come avvicinarvi a questa mostra? Con gli occhi dei bambini. Abbiamo tanto da imparare dai bambini.

Perché il mondo – e in particolare l’Arte, (in questo caso la Fotografia) che è il modo in cui noi uomini questo mondo ce lo rappresentiamo – per i bambini non è altro che una continua ricerca, un incessante indovinello. «I bambini, i matti e le popolazioni primitive posseggono o hanno riscoperto il potere di vedere ». Così descriveva il pittore di origine svizzera, Paul Klee nel 1921 la capacità che hanno i bambini di guardare il mondo con stupore. Nessuna moda, nessuna filosofia, nessun precetto ideologico. Semplice sguardo innocente, bramoso di sapere.

La capacità di Graziano Villa, Artifex, artigiano della fotografia è quella di trasformare ‘l’ordinario in straordinario’. Nella visita alla mostra incontrerete una sezione dedicata ad una collettiva di giovani studenti ventenni del 1° corso di fotografia della “L.A.B.A.”(Libera Accademia Belle Arti).

Collettiva dal titolo ‘A day in the Life of… Rimini’.

La sapete una cosa? Facendo la giornalista ho avuto modo di intervistare il Premio Nobel, la prof.ssa Rita Levi Montalcini, che mi disse queste testuali parole: “La scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande Maestro…continuo ad avere fiducia nei giovani, non posso smettere di avere fiducia nei giovani, dovrei smettere di avere fiducia nel futuro”…

Ho premesso questa dichiarazione per parlare di giovani fotografi di domani:la collettiva dei ‘Millenials’ della “L.A.B.A.” all’interno del percorso della sua mostra,è stata una chance che Graziano ha voluto offrire ai suoi studenti. Uno spazio dove avranno la possibilità di esporre per la prima volta le loro opere, all’interno di un’Antologica di un artista che da 40 anni attraversa il mondo con il suo “passe-partout”, la sua macchina fotografica.

Se il fotografo è colui che fotografa gli altri, il mondo attorno a sé, chi (e come si) fotografa un fotografo? Graziano Villa ha dichiarato che si farebbe fotografare con una stampa 30 x 40 in mano con il suo ritratto più importante, quello a His Holiness the 14th Dalai Lama.

 

GRAZIANO VILLA, L’OCCHIO VAGABONDO

di Felice Laudadio

Da dove partire per raccontare la multiforme arte visionaria – e il mestiere, un grande mestiere – dell’instancabile occhio di Graziano Villa?

Si potrebbe iniziare dagli affascinanti ritratti di personaggi che vanno dal Dalai Lama a Desmond Morris, da Marella Agnelli a Pietro Cascella, da Philip Stark a Dolce & Gabbana e a tante altre personalità della cultura, dell’arte, della moda, dello spettacolo colte nella loro ineffabile, e talora ironica, quotidianità. Oppure dalle sue potenti immagini pubblicitarie, più che efficaci. O, ancora, dalla meravigliosa Roma dei monumenti reinventati (non solo fotograficamente) grazie alla geniale applicazione di sfolgoranti e suggestive colorazioni, quasi a voler evidenziare – e ribadire – l’essenza di Caput Mundi della Città Eterna.

Ma scorrendo la ricchissima galleria delle sue opere l’occhio dell’osservatore tende a soffermarsi soprattutto – è la mia esperienza – sull’occhio vagabondo di Graziano, sulla sua singolare capacità di cogliere, ad un tempo, il totale e il dettaglio di un Paese, di una città, di un’architettura, di un interno in qualunque parte del mondo: Stati Uniti, Malesia, Norvegia, Marocco, Kenia, Sud Africa, Cina con la sua Grande Muraglia.

Da una parte Parigi e la sua Grandeur, al centro di un reportagetanto originale quanto spettacolare, oppure Chicago e New York e Kuala Lumpur e Alberobello e Marrakesh e Shanghai e il Kilimanjaro e le Lofoten, dall’altra gli esterni e gli interni delle meravigliose chiese e case di campagna scandinave.

Ciascuna immagine di queste Country Houses, che siano svedesi o norvegesi, restituisce una composizione visiva che va ben oltre l’abilità indiscussa del fotografo: sono vere e proprie opere d’arte pittoriche esaltate dall’uso magistrale del colore, della luce, dei chiaroscuri, del punto di osservazione, dell’inquadratura che rimandano alla lezione del Caravaggio, ma di un Caravaggio contemporaneo senza tragedie e invece con la curiosità e la dolcezza profonda, alla ricerca della bellezza, connaturate nello sguardo indagatore di Graziano Villa.

FRAMMENTI SCELTI

di Bertrand Marret

Quando Graziano Villa vi accoglie nel suo studio riminese con questa squisita ospitalità, e mostra le sue foto ben ordinate nel computer e si sceglie uno di loro sullo schermo, con l’implicito invito a diventare un complice, basta semplicemente lasciarsi andare al filo delle immagini per riconoscere un fotografo non sconosciuto, ma “scoperto”, in altre parole “rivelato”. Il talento vale un’antologia, etimologicamente dal greco Anthos / fiore e legein / scegliere, quindi la parola latina ‘florilège’ che contiene l’idea di scelta e lo sviluppo floreale. L’antologia è in un certo senso un momento di riflessione, un’opportunità per riconnettere i fili della propria creatività, per tornare alle impronte lasciate sul percorso. L’impronta fotografica, come gesto tecnico, è l’attività di un momento decisivo, oltre che una questione di tempo, memoria e sopravvivenza dell’immagine.

Più che un fotografo eclettico in senso filosofico, cioè formato da elementi presi in prestito da altri sistemi, Graziano Villa è un fotografo poliedrico – che ha molte sfaccettature- dal momento che si esercita nel combinare vari argomenti, che vanno dal ritratto alle nature mort’, paesaggi e vedute monumentali urbane, reportaggi di moda, dal flash pubblicitario alla fotografia d’Arte. A cui si aggiunge un viaggiatore di lungo corso, per usare un termine marino che gli piace particolarmente quando parla del suo lavoro e dei suoi viaggi in giro per il mondo. I generi pittorici tradizionali sono gli stessi per l’arte fotografica, la differenza sta nell’approccio del soggetto. Il pittore si avvicina al soggetto in diverse fasi, che possono andare dal disegno preparatorio al dipinto finito punteggiato da momenti di riflessione e pentimenti. Il fotografo, lui, accosta un soggetto nell’istantanea di una finzione colta in un preciso momento del suo svolgersi.

Direi che i ritratti di Graziano Villa sono “personaggi” nella misura in cui essi riproducono un modello nel suo carattere aspetto più effimera, ‘personaggi’ nel senso di fissare un volto, per contenere, per allontanare la sua capacità di sfuggire e riconoscerlo all’istante. Il ritratto secondo Villa, manifesterebbe bene questa tensione tra riprodurre una fisionomia e riprodurre i veri volti attraversi dei quali si esprime l’anima in cui Hegel ha voluto vedere due metodi diversi. Il buon ritratto segna la sua eccellenza in quanto i veri tratti dell’anima sono inscritti nel lato naturale dell’esistenza, nell’esteriorità empirica della fisionomia. Ritengo il bel ritratto dello scultore Pietro Cascella nel suo atelier, in base alla sezione aurea, con la presenza accattivante in primo piano, del Santuario della fertilità, anche il ritratto, di profilo,di Gillo Dorfles, nella tradizione medaglie incise da Pisanello, che mi ricorda i Malatesta del Louvre di Piero della Francesca.Vorrei anche dire che le nature morte di Graziano Villa sono calme e silenziose, oggetti di meditazione. Preferisce appunto il termine still life che mostra meglio l’immobilità del soggetto rappresentato: soggetti e Oggetti di ferma come in italiano di una volta o soggetti della vita coy per l’antico francese, in contrasto con l’immagine la figura umana che deve essere colta nella mobilità dell’espressione. Vasari parla di Cose naturali, Diderot natura inanimata sulla pittura di Chardin e viene in mente Pascaloggetti inanimati avete dunque un’anima che si attacca alla nostra anima e la forza di amare. Poi vediamo, nella disposizione di still life, Graziano Villa dimostra una padronanza dotta di luce, la sua intensità e direzione, frontale calda o direzionale più fredda, a seconda della composizione, che consente la traduzione fotografia limpida sottile intreccio del rendering di materiali e volumi. Si potrebbe parlare per lui di edonismo domestico, che trasparisce soprattutto nella disposizione poetica della sua ‘interni scandinavi’ e nel ‘La Tavola del Sarto’, perfetta sinfonia. Al di là del campo della natura morta, la serie dei fiori fotografati in primo piano, sotto forte luce, isolati dal loro ambiente, è un omaggio malcelata a Giorgia O’Keeffe. La fotografia gioca qui un ruolo intermedio tra la natura del fiore e la sua interpretazione grafica, lasciando perdere un po ‘della sua identità sentimentale in favore di un puro estetismo.

Ecco ora i paesaggi. Tutti i paesaggi sono buoni per lui, tutti i continenti sono propizi a lui, tutti gli orizzonti, tutti i tramonti; il mare, l’oceano, i fiumi, le cascate, i ghiacciai celebrati nella Water World Suite. In breve, che voglia catturare la potenza di un paesaggio, che sia alla ricerca di una trasparenza di acqua o si possa giocare su una gamma di tonalità cromatiche, sarà sempre di una nuova esplorazione sotto l’emozione dello sguardo. Costantemente riprenderà la sua esperienza fotografica in cui il desiderio sicuramente, l’occasione forse, il ricordo e la declinazione dei colori si combinano per fissare i segni, le forme e le apparenze di ciò che vogliamo vedere.

Graziano grazie per quello sguardo senza fine, grazie per aver rivelato attraverso il tuo obiettivo, la disciplina del fotografo, ed è, alla fine, a causa di esso, che siamo sedotti. La tua opera ci invita a viaggiare e immediatamente il piacere dell’occhio diventa una partecipazione complice con il mondo che hai voluto illustrare per anni con tanta conoscenza e generosità.

 

Reti oltre le figure.

di Raffaele Milani

Ci si chiede sempre, dinanzi alla fotografia, se i suoi risultati non siano riflessi del mondo circostante. Forse è così, ma con la stessa efficacia delle altre arti, perché essa riesce a mostrare riflessi anche dei mondi interiori. In un’epoca di profonde e sempre più veloci trasformazioni dello sguardo la tecnica sembra offrirci soluzioni univoche, obiettive e senza il minimo sforzo: la realtà di quel mondo o di quei mondi di fronte o dentro di noi sembra riassorbita in uno scatto programmato che dovrebbe riassumere tutto. Impossibile! Le tecniche vivono oggi di un potente investimento industriale dove la nostra sensibilità e intelligenza paiono diventare inutili, avvilite in un consumismo d’immagini e in una condizione di passività. Ma non è così nell’arte; la fotografia, che ne è una grande espressione, vive infatti di una dimensione umana e partecipativa insopprimibile, altrimenti la distanza sull’oggetto che fa del sentire la necessaria mediazione per giungere all’arte stessa sparirebbe. Se si trattasse solamente di una riproduzione, l’oggetto verrebbe dato una sola volta per tutte, decadrebbe dalla sua funzione simbolica ed enigmatica; il mondo e l’umanità sarebbero semplici portatori di una natura meccanica. Non è appunto così; ne è prova questa mostra di Graziano Villa le cui opere ci ricordano che non esiste un’immagine artistica senza una ricerca mirata, intenzionata, tenuta nel tempo, nella pausa sorprendente tra il vedere e il produrre qualcosa che si vorrebbe restituire equivalente.

Villa è un fotografo a tutto tondo, artista eccellente come lo furono, un tempo, quei “pittori, scultori, architettori” trattati dal Vasari nelle Vite. Con pari dignità rispetto alle altre espressioni artistiche, il suo lavoro salta tra bidimensionalità e volumetrie in un volo d’abilissime illusioni ottiche, simula e dissimula l’oggetto con la perizia di uno che disegna strategie visive attraversando continui camouflages, progetta e costruisce reti di rappresentazioni traendo e sottraendo le linee dei contorni secondo una scena prospettica del colore. Immerso nell’universo del marketing,Villa non si lascia irretire dal sistema comunicativo, ma propone quella distinzione del vedere che è la possibilitàpropria dell’arte, non un gioco di effetti: sa aspettare la grazia del momento giusto nel riprendere il mondo, perché è la mente creativa a intervenire, non un fatto meccanico. Anche nella fotografia, come nelle altre arti, il problema consiste nel riuscire a tirare fuori dall’oggetto la verità, al di là di una mera corrispondenza tra immagine e cosa.

Nel ricchissimo repertorio di Villa, artista con i soggetti più diversi, dai ritratti ai paesaggi, dalle nature morte alle architetture simbolo delle città, dalla moda agli interni, troviamo la bellezza della fotografia. Non l’esempio di una buona tecnica, ma la capacità oggettivata di adattare la tecnica a una visione del mondo, a una messa in scena della natura. La volontà cattura l’anima delle cose nelle forme in trasformazione. Chi scava nella realtà materiale la sua struttura, la sua essenza, si trova nel ruolo di un creatore che segue, ma anche plasma i processi di cambiamento cui sono soggette le figure. Nulla è stabile, e la verità di ogni cosa, molteplice, si nasconde; mentre guardiamo ciò che è in movimento l’emozione incalza il nostro intendere. La fotografia di Villa è, possiamo dire, un continuo moto d’emozioni, un’avventura oltre le figure, in un oltrepassamento dell’accertabile e del credibile. L’avventura è ricerca e sogno insieme, nulla è ovvio e scontato: incongruenza, incoerenza, disobbedienza possono essere i segni della libertà creatrice calata in questa mostra

Alcuni vogliono soffermarsi sulla fotografia, come fece Siegfried Kracauer, nel mito di un ritorno alla realtà fisica, altri hanno teso a sottolineare, nella riproduzione fotografica, la perdita dell’aura, come Walter Benjamin; Roland Barthes vi ha visto la pragmatica del segno illuminato da uno stato d’affezione e Susan Sontag un linguaggio d’ambiguità in grado di offrire immagini del dolore del mondo. Più consono alla fotografia di Graziano Villa sarebbe un passo di André Malraux: ovunque nel mondo “l’arte è lo specchio e il motore dell’armonia del mondo ordinato che chiamiamo cosmo o yin e yang»(Il cranio d’ossidiana).Nessuno, da molti anni, cita più Malraux, ma trovo che qui abbia un senso. Il ritratto di Desmond Morris o del Dalai Lama, allo stesso modo delle nature morte o dei paesaggi, si prendono cura dello spazio e del tempo: la luce domina, scopre, svela insospettati misteri delle apparenze.

 

OLTRE LA FOTOGRAFIA.

di Ettore Mocchetti

Non molte settimane fa ho incontrato Graziano Villa ed è stato come se gli anni che sono trascorsi dagli ultimi lavori fatti insieme, fossero stati d’improvviso riassorbiti dal vortice del Tempo. Ho, insomma, ritrovato l’amico di sempre, il fotografo grande (in tutti i sensi, vista l’altezza da baskettaro) di architetture, di case e di paesaggi, di still-life e, soprattutto, di persone delle quali le sue luci laminate, il taglio e l’altezza dell’inquadratura svelano, o,

come dice Oliviero Toscani, rubano l’anima. Abbiamo rievocato “AD” e gli “speciali” come “AD-VENETO” che, coniugando, per affinità elettive, le sue fotografie e le opere d’arte, inventò un format unico per far capire come l’industria e l’artigianato siano cultura prima ancora che commercio ed economia.

E poi abbiamo parlato di questa sua Mostra su Parigi e la sua Grandeur. Mi ha mostrato gli scatti originali e poi quelli trattati che avrebbero costituito il corpus dell’esposizione.

L’insieme delle immagini, come i singoli fotogrammi, mi hanno colpito, mi hanno sorpreso e intrigato.

I soggetti certo contano, Notre Dame, Place de La Concorde, la Tour Eiffel, il Grand Arche e i grattacieli de La Défense, le sculture di Rodin sono epifanie di per sé molto forti, che i tagli delle inquadrature “villiane” rendono poi ancor più efficaci, emotivamente parlando.

La loro monumentalità è espressione di una città che è stata fonte di autoritarismo, ma anche dispensatrice di Libertà, patria della Grandeur (appunto) del pensiero, dell’idea libertina che è sì parente prossima della licenziosità, ma pure del “libertarismo” dei costumi. E’ stata “madre” accogliente, fin troppo accogliente, di coloro che fuggivano e fuggono tuttora dalle guerre e dalle persecuzioni.

Ma sono le trasformazioni indotte dal successivo intervento di Villa, a rendere quei soggetti altro e più della fotografia, la loro “negativizzazione” colorata” di matrice quasi espressionistica e un po’ surreale (Man Ray non è così lontano), ne estrae un senso profondo; aggiungendosi alla realtà va oltre essa, ne disvela, per intuizione edempatia, quasi il tessuto e l’ordito semantico più veridico, diventa specchio della visione più intima del fotografo, quella antropologica, psicologica, emozionale e politica, che sta dentro e dietro il suo “regard” d’artista, e nello stesso tempo lo alimenta e lo configura.

Così, per esempio, la Tour Eiffel, presa dal basso e perciò drammaticamente deformata, colorata nelle tinte del tricolore transalpino, si trasforma in una fiamma drizzata verso il cielo, un’invocazione e un pugno, a suo modo boccioniano, per la Libertà, accentuato da quella specie di torsione che l’obiettivo di Graziano Villa ha saputo conferire alla linearità della poderosa struttura metallica del 1889.

Un vibrante gesto di liberazione che ha il sapore di una dichiarazione d’amore per una Grande Parigi diventata improvvisamente fragile, vulnerata come è oggi dal terrorismo islamico più feroce.

 

Affermare una negazione

di Massimo Pulini

Se ci atteniamo al vocabolario, la parola negativoè ciò che contiene un diniego, che si limita a dichiarare non veroquel che è sostenuto da altri e il negare, per Dante, voleva dire ‘non concedere’, un’espressione legata a opinioni opposte, contrarie.

Nel terreno della fotografia, e della sua prima stagione monocroma, ilnegativoidentifica la matrice trasparente che permette di ottenere una stampa, attraverso un passaggio di luce che nell’immagine risultante inverte il bianco col nero, ribaltando anche tutte le sfumature intermedie nella scala dei due colori. 

Ridotta a questa sintesi rovesciata ognuno di noi ha avuto esperienza di un mondo al negativoe quella visione fantasmatica è entrata nella sfera del linguaggio e finanche della filosofia, andando a corrispondere in modo esemplare a una forma dialettica e metaforica della percezione.

Graziano Villa, dopo una lunga e articolata attività investita nel campo della visione e dopo aver dispiegato, si può dire, tutto l’alfabeto della fotografia d’autore e di mestiere, ha affrontato un ciclo di opere paesaggistiche attraverso le quali sembra mettere in discussione, in una sostanziale negazione, tutte le precedenti affermazioni percettive. Un ripensamento che solo la seconda maturità di un artista può portare con sé, in quel superamento che può raggiungere il rifiuto dell’azione.

Il negare di Graziano Villa è però a colori e non consiste in un semplice ribaltamento delle ombre e delle luci, ma in un rovesciamento complementare delle cromie. 

Mentre il negativo in bianco e nero restituisce una visione cadaverica della realtà, quasi fosse il fotogramma di un film dell’espressionismo tedesco, il negativo a colori di Graziano assume al contrario colorazioni da aurora boreale, fantastiche e lisergiche.

Un’eclissi straniante è quella che ci appare, nella quale l’azzurro del cielo si trasforma in un denso vino rossastro e gli archi del Colosseo hanno ombre che virano da un verde aspro e lastricato di giallo, fino ai bagliori del cristallo più gelido.

Quella scelta di negazione, che rischiava di ‘dichiarare non vero’ non solo quel che è sostenuto da altri, come recita il vocabolario, ma anche tutto quello che, allo stesso Villa, la professione ha permesso di produrre, invece, grazie alla loro inusitata festa di colori, queste ultime sue opere svoltano verso una inedita affermazione. 

Resta allora l’ossimoro labirintico e speculate di immagini negative che affermano, come dire un nichilismo creativo che innesca un nuovo inizio del mondo e della vita.

 

Un'utopia ragionevole 

di Antonio Saliola

Caro Ammiraglio,

e’ il tuo Comandante (ci nominammo così sin dal primo incontro, ricordi?) che ti scrive un’affettuosa cartolina come faceva chi viaggiava una volta.

Ma ora il vero grande viaggiatore sei tu. Con le tue immagini magnetiche hai creato un meccanismo artistico inarrestabile che sfida il tempo. Voli nei tuoi sontuosi dirigibili sorvolando capitali, musei, castelli, luoghi incantevoli dai quali lanci messaggi sublimi per noi che a terra abitiamo questo folle pianeta senza capirlo. Tu vivi meravigliose crociere e voli radiosi, o favoloso postino. Grazie per le preziose cartoline profumate di mistero, pitture, cinema, letteratura.

Noi non saremo che il nostro sogno?

Vola ancora e sempre per noi postino speciale. Tu non cerchi. Tu trovi.

Le tue immagini suggeriscono l’immortalità, raccontano sontuosamente di grandi emozioni. Hai la capacità di rendere accessibile anche l’eccezionale. Fai sentire lo stupore a portata di mano. La tua soave Fata con la sua bacchetta magica indirizza e protegge te cavaliere irriducibile di mitraglianti risate e ad ogni viaggio tu rinasci e sei cantore, pittore, scrittore, musico e, a volte, persino fotografo. Ci regali una meravigliosa ubriacatura visiva che va da Pirandello a Jonesco, da Cervantes a Shakespeare, da Magritte a Bunuel saccheggiando testi e templi sacri con irriverente ingenua ironia.

Ci si potrebbe ubriacare del tutto comprando in blocco. Ma sarebbe troppo.

Allora occorre una pausa.

Senti cosa ti dico: ci vorrebbe uno dei tuoi rari intervalli che ti regalasse un atterraggio nel Quasi Orto di Petrella Guidi dove hai già fatto fulminanti perlustrazioni. Ritroverai quel nascondiglio di secolari erbe officinali e i cespugli di bosso dove soffia ancora il flauto di Pan. Lì potremmo finalmente incontrarci noi due che sembriamo così distanti, ma un giorno, un tempo, chissà potremmo scoprirci Amici.

Non prenderla come una minaccia, ti prego. Ma semmai come un possibile miracolo.

Sempre sull’attenti

il tuo fedele Comandante Antonio Saliola

 

Graziano Villa : Fissare una emozione “

di Giovanni Terzi

Uno scatto, un clic, un centoventicinquesimo di secondo e tutto poi ci appare in una immagine.
E’ la fotografia, quel regno che almeno una volta nella vita ha appassionato e affascinato ognuno di noi.

Tutti un po’ fotografi soprattutto adesso dove attraverso i telefonini ci confrontiamo con un’arte apparentemente semplice ma in realtà così complessa.
Complessa perché, pensateci, l’occhio vede prima che si scatti e quindi mai è in grado di fotografare nel momento stesso ma sempre con un piccolissimo scarto temporale.

Eppure la fotografia è una forma d’arte e Graziano Villa ne è un maestro.
Graziano ha saputo trasformare un mestiere nel suo modo di esistere, nella sua curiosa ed intelligente voglia di scoprire nuove terre, nuove frontiere.
Hic Sunt Leones diceva Marco Polo alla fine del 1200 o più recentemente, nel libro “il nome della rosa “ di Umberto Eco, raccontava Guglielmo da Baskerville, per spiegare uno dei molti misteri della biblioteca e del finis Africae. Graziano Villa e’ un esploratore di luoghi e di spazi e di persone, infaticabile e coriaceo che non si è mai piegato ad alcun compromesso di mercato; con la potenza della sua istintiva intelligenza esplora il mondo, forse anche per conoscere se stesso.
In questa sua curiosità si regalava con generosità al cliente di turno comprendendo come in realtà stesse compiendo un altro passo del suo lungo viaggio professionale ed umano .
E’ proprio nella generosità di non definire un confine tra il privato ed il pubblico che nasce il “mistero” di una opera d’arte .

Torniamo per un attimo al nostro occhio che vede e scatta con ritardo rispetto alla immagine percepita .
Solo un occhio e’ capace di anticipare l’immagine ed è quello dello spirito che risiede nell’anima dell’artista .
Un occhio spirituale che sa cogliere ed anticipare ogni cosa; un talento metafisico che solo chi ha vissuto con coerenza la vita e la professione è dotato.
Graziano Villa e’ un artista che trasferisce ad ognuno di noi l’emozione di una immagine che è carica del suo meraviglioso vissuto da uomo vero.

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